venerdì 7 settembre 2012

Kundun

La Tragedia di un popolo raccontata con lo sguardo di un autore occidentale. Si potrebbe descrivere così il secondo film religioso di Martin Scorsese, che affidandosi ad uno script di Melissa Mathison, racconta l'invasione cinese in tibet, che ha portato all'esilio del Dalai Lama. Un progetto rischioso, che nelle mani di Scorsese diventa uno dei film più sottovalutati della sua carriera, anche perchè  non sceglie attori professionisti per recitare i popoli, rendendo il film più realistico possibile; questa scelta ha di fatto reso il film meno appetibile, rispetto a 7 anni in Tibet, con la star Brad Pitt, ma sappiamo tutti qual'è l'opera migliore non è vero?
Kundun è un film commovente, che racconta un credo religioso, i suoi ideali, la sua filosofia, le sue credenze, la sua cultura, che è strettamente legata al popolo del tibet. Ma non ci sono scene di violenza estrema, come ad esempio altre opere di Martin Scorsese; forse per questo colpisce in fondo e fa più male. Il tutto viene raccontato dai protagonisti stessi, che devono lottare contro un invasione restando fedeli al loro credo, ma come si combatte una guerra senza armi? Come si combatte una guerra con la filosofia della non violenza? Sono questi i dilemmi che il film mette a punto, lasciando una lacerazione interna che fa soffrire, perchè il dolore e la tragedia del popolo tibetano ti entrano dentro durante la visione. Martin Scorsese non si lascia influenzare dal fare un film di facile impatto sul pubblico, no, lui vuole che il pubblico capisca cosa è successo in tibet, vuole che si sappia la verità, forse per questo il film non è andato bene al botteghino.
La lavorazione del film non è stata facile, Scorsese non ha avuto i permessi per girare in Tibet, il film è stato girato in Africa, e gli hanno persino vietato l'ingresso in Cina mi sembra, evidentemente, ha ottenuto l'effetto che desiderava e raccontare la verità sulla tragedia di un popolo, molto spesso sottovalutata sia dall'Onu, che dagli Stati Uniti, che sono più occupati a fare la guerra in altri posti dove si può guadagnare, piuttosto che aiutare un popolo contro un oppressore e un invasore, che saccheggia e uccide migliaia di gente innocente.
E così sono loro, i Tibetani a doversela vedere contro i cinesi e non sarà affatto facile, perchè questi ultimi avranno la meglio, e costringeranno il Dalai Lama all'esilio in India.
Il film non vuole essere tenero, ma di denuncia, come avete letto poco fa, e di certo l'Inghilterra  l'America e L'Onu non ci fanno bella figura, la forza del cinema sta proprio qui, nel dire la verità, anche se fa male; e Scorsese ci riesce, per una volta fa un piccolo che in realtà è un grande film, per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla tragedia Tibetana, un autore cattolico che lancia uno sguardo su un altra religione, riuscendo a commuovere e indignare allo stesso tempo, dirige un film privo dei luccichii di certi divi hollywoodiani, mettendo in risalto il suo talento e un gruppo di attori non professionisti, ovvero è più complesso dirigere un film del genere piuttosto che mettere attori professionisti che conoscono il mestiere, ma se si vuol raccontare la verità bisogna fare così, e solo i grandi autori ce la fanno, scusate se è poco.
CAPOLAVORO.




2 commenti:

Ciao, ho tolto la moderazione ai commenti, di pure la tua, ma con garbo ed educazione se non vuoi che lo cancello xD

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