giovedì 31 maggio 2012

Biancaneve

Va bene, che dobbiamo fare? Ci guardiamo il film in santa pace godendocelo, oppure lo guardiamo ma ci rimane l'amaro in bocca? Tarsem Torna al cinema dopo il deludente Immortals per portare sullo schermo Biancaneve e i sette nani, ok tutti siamo cresciuti con il film disney, che è in lista tra i film da recensire e ben presto lo farò, tutti siamo cresciuti facendoci leggere la fiaba degli Andersen dai nostri genitori, ma ora va di moda cambiare radicalmente la storia ai grandi classici, mi chiedo il perchè? Ammetto che il film non mi è dispiaciuto, ma di certo non si può mettere tra le migliori versioni di Biancaneve, ok, magari Tarsem ha dato una versione personale dell'opera e ci starebbe pure, la cosa che mi chiedo è questa, perchè rendere Biancaneve più cazzuta del principe azzurro? Di questo mi sbatto la testa al muro, ma i maschi sono diventati rammolliti? Ok che l'originale disney faceva vedere una biancaneve che faceva torte in continuazione,  mi chiedo a che pro mettere il femminismo in una fiaba che non è per nulla maschilista o sessista?
Il film nonostante i difetti, è un tantino superiore a Immortals, con scenografie bellissime e costumi coloratissimi, e ha dei personaggi affascinanti, la cosa che non sopporto? Una pomposità che appesantisce di molto il film e Julia Roberts nel ruolo della strega, ma ragazzi, secondo voi è credibile una strega con il volto di Julia Roberts, con quella bocca grande come un forno e quei capelli rossi che sembrano una parrucca finta? Il volto della strega è rassicurante, quando dovrebbe essere inquietante e gettare un onda di fascino perverso nello spettatore, Julia Roberts, lasciatemelo dire, non riesce ad essere credibile come cattiva, la sua strega è una bambolotta senz'anima che pensa solo a farsi bella e a fare il culo a biancaneve, che a differenza e qui Tarsem ha fatto forse un azzardo ma glielo concedo, l'attrice mi sta simpatica, è sexy, ed è in contrapposizione con la regina cattiva che dall'aspetto non sembra tanto cattiva, a proposito di Biancaneve, è proprio cazzuta, sguaina la spada, ha il coraggio di duellare coi cattivi spezzandogli la schiena, la cosa è divertente lo ammetto, ma lasciatemelo dire, non ha nulla a che vedere con la fiaba degli Andersen, è un film a parte,che va visto per come è può piacere o lo si può detestare, resta comunque un opera un po' sopravvalutata, di un autore che vuole dare una versione personale dell'opera, ma chi pecca troppo di originalità, non la raggiunge fino in fondo, un autore deve esprimere il suo punto di vista, non deve riscrivere la storia.




Into The Wild

Non è la prima volta che vedo Into The Wild, e a questa seconda volta, che ho potuto gustarne l'essenza maggiormente, come se mi fossi guardata dentro uno specchio con riflesso il resto della mia esistenza, forse perchè attraversando un periodo particolare nella mia vita fatto di cambiamenti e di una piccola rinascita.
Into The Wild, diretto da Sean Penn, è tratto da una storia vera, la storia di un giovane che lascia tutto, per vivere in mezzo alla natura, in maniera libera, senza legami, senza costrizioni, ha scelto di lasciare una vita materialistica, fatta di automobili nuove, che sostituiscono quelle vecchie, di genitori che non si guardano negli occhi nascondendoti una realtà per una vita fasulla, di segreti che vengono a galla, una vita fasulla, senza ormai linfa vitale, legata soprattutto a cose frivole, di genitori che hanno smesso di amarsi e che si sopportano appena, Christopher McCandless, è un giovane appena laureato, che vedendo le prospettive materialistiche e consumistiche della società capitalista, nella quale non si riconosce,  del suo futuro le rifiuta aspramente, e sceglie di sparire dal mondo cosidetto civile, per vivere la vita, ma la vera vita, in maniera semplice, con amore e compassione verso il prossimo, e nella sua strada incrocia varie persone a cui cambierà la vita, una coppia di hippies, una cantante, e un anziano scontroso, a cui ben presto resterà contagiato dalla voglia di vivere di Christopher, da tutti conosciuto come Alexander Supertramp, lo pseudonimo che usa per non farsi riconoscere e restare fedele ai suoi ideali, questo signore seguirà i suoi suggerimenti e compirà un viaggio anche lui con un suo camper, la vita è un viaggio che deve essere vissuto in pieno, guardare il prossimo tuo, e conoscere i valori dell'altruismo e della compassione è la più grande impresa che questo giovane compie, molti lo prenderebbero per matto, rinunciare a una bella casa, a un lavoro, a una famiglia, insomma a tutte quelle cose che normalmente la gente costruisce per farsi una vita, e invece non è così, perchè Christopher ha scelto di vivere la vita vera, ha scelto di prendere quello che voleva, non a caso alla ragazza che si prende una cotta per lui le dice, se vuoi qualcosa, datti da fare  e prenditela, è questa è la realtà della vita, ma in quanti hanno il coraggio di viverla davvero la vita? Molti si nascondono dietro il benessere, dietro il consumismo, e non fanno che consumare se stessi, rinunciando a guardare dentro se stessi, a ciò che vogliono veramente, un grandissimo film diretto da un regista che sa, in maniera sensibile riuscendo a carpirne il succo della vita e l'essenza di chi sceglie di vivere in assoluta libertà la propria vita, e quel senso di libertà non ti abbandona mai dall'inizio alla fine del film, Into the wild è un film che fa riflettere sui veri valori della vita, che è una sola, e non bisogna limitarsi a starsene col culo piantato davanti a una tv, bisogna assaporarne il midollo, cercare la felicità e condividerla con gli altri, essere altruisti con il prossimo.
Emile Hirsch è straordinario, e offre un interpretazione intensa e realistica, anche gli altri attori, specialmente coloro che interpretano i genitori, esprimono la corrosione del loro animo, mentre tutti gli altri regalano momenti magici.
Sean Penn dirige un film che in un certo senso mi ha cambiato la vita, in meglio, infatti sin dalla prima volta che l'ho visto l'ho messo già tra i film della mia vita,  è inutile dire che soltanto un attore scontroso, e polemico verso la società americana poteva dirigere questo film e insegnare al mondo i valori veri della vita e Sean Penn c'è riuscito alla grande.
Tratto dal romanzo Nelle terre estreme di John Krakauer, che narra la vera storia di Christopher McCandless e uscito dopo la sua morte.
Un film che fa riflettere, che emoziona, e che ti fa gustare il senso della vita.
CAPOLAVORO.




mercoledì 30 maggio 2012

La Stagione della Strega

La stagione della strega è uno dei primi film di Romero, dalla trama piuttosto lineare, ma che risulta piuttosto datato, girato subito dopo La notte dei morti viventi è un film a parte, che si allontana dalla saga con cui è diventato famoso, ripercorrendo il tema della stregoneria, ma  è un film poco sviluppato, superficiale, in cui la protagonista appare piuttosto inespressiva.
Non è di certo il miglior film di Romero, e neanche uno di quei cult con cui lo abbiamo conosciuto, forse ha voluto staccare per un attimo per presentare qualcosa di diverso, dimenticando l'aspetto femminista della storia e non sviluppando l'emancipazione, anche per questo il film appare piuttosto superficiale nell'impostazione, in questo film Romero dimostra che nonostante le pecche sta cercando una sua precisa identità di autore, è una prova, seppur non riuscita del tutto presenta alcuni spunti interessanti, precise e inquietanti le scene degli incubi, che restano la cosa migliore del film, che in pratica lo salvano dal completo disastro e la psicologia deviata della protagonista, imprigionata in una vita che non sente sua, cerca di uscirne entrando in un club di signore rassicuranti solo nell'aspetto, perchè a conti fatti è meglio darsela a gambe, diventa una strega, accetta di praticare malefici, ma sarà qualcosa in cui non ne uscirà più e le persone che le stanno vicino come il marito e la figlia ne pagheranno il prezzo maggiore, tutto questo non fermerà di certo la protagonista, ormai decisa a intraprendere la strada della stregoneria, e non la fermerà neanche il giovane ragazzo che lei ha sedotto con cui ha intrecciato una volta diventata strega una relazione extraconiugale, quando prima di tutto ciò lo detestava.
Il film è l'esercizio di un autore che cerca la sua strada, un opera non del tutto riuscita, ma che presenta alcuni tratti riconoscibili del suo cinema, anche se per conoscere il vero Romero bisogna vedere e collezionare la saga dei morti viventi, che resta il suo marchio di fabbrica più riuscito.
Narrare gli zombies è una cosa, narrare una storia di stregoneria è un altra cosa, ben più complessa e articolata, soprattutto quando tratta temi come la stregoneria, in cui Romero  non crede molto e lo si nota e l'emancipazione che ne consegue.


martedì 29 maggio 2012

Shroom - trip senza ritorno

Ormai per i nuovi horror o presunti tali, basta scrivere signori miei l'horror è morto, fatevene una ragione, si chiuderebbe la recensione e si passerebbe ad altro, succede anche con questo horror, allucinato, pseudoonirico, che nulla ha a che fare con la paura, protagonisti un gruppo di giovani ragazzi, in cerca dei funghi allucinoggeni per un trip in irlanda, una di loro si prende il fungo più pericoloso e inizia un trip che più incasinato non si può, la gente comincia a sparire, visioni senza arte ne parte, insomma il caos, inutile dire chi è l'artefice degli omicidi vero? Il film mette in scena visioni scollegate tra loro, come se lo spettatore assiste a qualcosa che è successo ma che non si spiega del tutto, un opera scollegata, che non ha nulla a che fare con la paura vera e propria, siamo lontani anni luce dai grandi maestri che hanno fatto dell'horror una leggenda, dimentichiamoci quell'epoca, è ormai passata, accontentiamoci soprattutto di colmare le nostre lacune con i veri classici e buttiamo via questi filmetti insulsi che nulla hanno da spartire con i film di geni quali Cronenberg, Carpenter e Romero, oggi si fa cinema solo per i soldi, gli artigiani quando escono fanno centro, e certo che fanno centro, loro sanno come imbastire un horror, persino Tim Burton che non è un autore horror, ma quasi, ha diretto il bellissimo Il mistero di Sleepy Hollow un piccolo capolavoro che vi consiglio vivamente di vedere, anzi Tim quando era nella gloria, riusciva a mischiare i generi, ci giocava a nascondino, facendo divertire il  pubblico, spesso erano opere adatte anche  a tutta la famiglia, invece ora non c'è ispirazione, non c'è talento, l'horror è diventato un genere che fanno tutti, un genere di Business, che nulla ha  a che fare con la tensione che deve essere palpabile, ma ormai è inutile ripetersi, Shroom trip senza ritorno fa parte della categoria degli horror con la h minuscola, quelli che faremmo bene a lasciare in un cassetto, che i veri appassionati non li tengono in considerazione, prevedibilità apparte, il film è scontato, vorrebbe essere figo, ma si riduce a una tiepida versione teen di come deve essere l'horror, nelle mani di Cronenberg sarebbe stato un capolavoro e questo ve lo dico con il cuore in mano.
DA EVITARE.


lunedì 28 maggio 2012

Moneyball - L'arte di vincere

Da una storia vera, Bennet Miller ne dirige un film, con un cast ispirato, che riesce a far si che lo spettatore simpatizzi con i personaggi.
La storia è quella di un ex giocatore di baseball, Billy Beane che non riuscendo a comprare grandi nomi per la squadra,  perchè ha perso una partita e si vede portar via tre dei migliori giocatori, non riuscendo a capire che pesci pigliare, per caso conosce un esperto di finanza che con le statistiche, riesce a fare comprendere a Billy che non bisogna formare una squadra in base a grandi nomi, ma alle caratteristiche di gioco, e attraverso le sue statistiche Billy forma la squadra, se all'inizio non vincono, è solo una questione di tempo, di certo la strada per la vittoria e la conferma delle teorie di Peter non saranno facilmente digerite dai dirigenti, ma con le prime vittorie, arrivano le prime certezze e soprattutto soldi, soldi a palate, questo fa si che la squadra formata da Billy vinca, e vince anche premi prestigiosi, niente male per una squadra su cui nessuno puntava, e su cui tutti compresi gli allenatori erano in perenne scontro con Billy, con le vittorie anche altre squadre vogliono seguire le sue gesta...
Un film ben fatto, costruito su una sceneggiatura solida che ne ricalca il realismo e soprattutto le emozioni, che sono ben impuntate, la regia di Bennet Miller plasma la storia alla perfezione, e gli attori che sono liberi di esprimere mille sfaccettature dei protagonisti ne sono la prova lampante.
Poi troviamo un Brad Pitt in forma smagliante, che dimostra la sua maturità di attore, che titolo dopo titolo è ormai una conferma nel mondo del cinema, non dico ormai della bravura di un altro grande attore, perchè è ormai scontato che sia bravo Philip Seymour Hoffman, il suo pur non essendo un grande ruolo offre un interpretazione che dimostra mestiere e sensibilità, Philip è ormai un attore capace di interpretare qualsiasi ruolo, restando realistico e convincente, per non parlare anche di Jonah Hill che abbiamo visto anche in Cyrus e che offre un ruolo decisamente meno comico e più realistico.
L'arte di vincere si conferma un film fresco, realistico, che si vede come si beve un bicchiere d'acqua fresca, e non è poco per film del genere che di solito sono pesanti e poco coinvolgenti, e questo signori miei è uno dei grandi pregi di Moneyball, la regia è diretta, precisa, di un autore che conosce il soggetto che vuole tradurre nel grande schermo e che vuole raccontare, spiccata, sincera, non perde mai di vista la sua storia e scusate se è poco.
DA NON PERDERE


Full Frontal

Un film presentato come il sequel di Sesso, bugie e videotape, opera d'esordio di Soderbergh, che a differenza è un capolavoro, Full Frontal, lo dico subito vuole fare il sequel di quel film ma ad essere sinceri, è un film apparte, che vorrebbe essere filosofico, morale, su un gruppo di persone che cercano qualcosa, ma è un qualcosa che non si afferra mai, persone che vogliono apparire non per come sono, persone che incontrano altre persone e ci vogliono provare etc etc etc...non so voi, ma io mi aspettavo qualche scena pruriginosa, e invece mi sono sorbita un ora e passa di film pieno di accenni ma che non arrivano mai al dunque, la tanto decantata scena del topless di Julia Roberts, è stata una provocazione del regista, ma effettivamente non s'è vista nel film, o forse l'anno tagliata, un film che non è capace di provocare, solo di accennare lasciando lo spettatore sulla soglia come il cagnolino che aspetta la mollichina di pane che il padrone accenna a gettargli ma che poi effettivamente non gliela getta, non è giusto così, se vuoi provocare abbi il coraggio di farlo, in un certo senso ammiro il coraggio di Lars Von Trier, che è capace di provocare andando fino infondo, Soderbergh ti fa mille seghe mentali, senza mai andare al dunque, ma è pura masturbazione visiva, io se il film leggo che è provocatorio, non deve solo accennare, deve essere provocatorio, deve scuotermi, farmi pensare, deve disturbare, in modo che mi lasci emozioni, pensieri, condivisibili o meno, però deve darmi emozioni, questo film accenna soltanto, facendo cadere nella noia lo spettatore che si trova a guardare film girate con l'effetto da telecamera in spalla, un film che si preannuncia indipendente, ma è incapace di lasciarsi andare, come dice il titolo della locandina, ok tutti vogliamo lasciarci andare, allora perchè non lo fai? Perchè non mantieni quello che prometti? Soderbergh delude, laddove con lo splendido film d'esordio sapeva incantare, questo non è provocare, questo è giocare con il pubblico dimostrando che non sai che strada percorrere e ci mette dentro star, di prima grandezza, vedi Julia Roberts, Brad Pitt, David Duchovny e affini, con attori indipendenti, per poi far cadere il tutto in una noia mortale, facendo cadere il film in un vuoto assoluto, mostrando la sua incapacità di plasmare la storia e soprattutto gli attori, e mostrando la sua incapacità di sviluppare il soggetto nel film. Peccato.


80.000 Grazie


La Fabbrica dei sogni raggiunge le ottantamila visite, questo è un traguardo, seppur grande è ancora molto piccolo, ma è un punto d'arrivo di un successo che piano piano ha dato i suoi frutti partito in sordina, e per un blog nato ormai da quasi quattro anni è una rivelazione.
Questo vuol dire che La Fabbrica dei sogni piace, che è visitata e letta con successo, sia dai lettori fissi, che da semplici lettori occasionali, si recensiscono ormai da quasi un anno film di ogni genere e regista, ci sono parecchie novità e tante ne arriveranno, per ora non rivelo nulla, perchè le idee mi devono venire in mente, però è vero, quando le cose sono fatte con il cuore la gente lo vede e le segue con piacere, ho sempre saputo che questo piccolo blog avrebbe dato i suoi frutti, una volta presa la decisione di dedicarmici anima e corpo i frutti sono arrivati, ho raddoppiato i lettori fissi, l'anno scorso erano a quota trenta e qualcosa, ho scritto parecchie recensioni, ho scoperto nuovi autori, attori attrici, e tante altre chicche, presto all'antro ci sarà un articolo che parla dell'anno di cinema trascorso alla fabbrica non perdetelo eh?
E per finire, dato che ci siamo mi sembra giusto dire

GRAZIE MILLE A TUTTI QUANTI!!!

sabato 26 maggio 2012

Kung Fu Panda

Di solito i film d'animazione o sono tratti da antiche fiabe o ne fanno delle parodie, altri sono storie originali, altri in 3D etc etc etc...Kung Fu panda invece si distanzia dagli altri, è un film a parte siamo sempre nel campo della computer grafica, si ma ha una marcia in più, personaggi simpatici e una storia accattivante, seppur stramba ha un suo appeal. e quale sarebbe direte voi? Mischiare qualcosa che con il kung fu non ha niente in comune - come un panda che grazie a un sogno ha la rivelazione di essere il guerriero dragone e si allena per il ruolo - e far si che si ambienti con i personaggi riuscendo nell'impossibile impresa di difendere la pergamena dal cattivo, ve lo dico subito, sarà una lotta senza esclusione di colpi, sia di kung fu, che divertimento, soprattutto perchè un panda non può secondo la leggenda e il pensiero di chi combatte per la pergamena ambire al ruolo di guerriero dragone, riuscirà Po, il nostro panda, a far cambiare idea al maestro ai suo compagni e a salvare i suoi amici?
Ve lo dico subito, è un film divertentissimo, che prendendo la strada già presa con Shrek, i registi imbastiscono la trama riuscendo ad essere allo stesso tempo originali e brillanti, facendo di Po il nuovo beniamino per grandi e piccini, già shrek è un icona, seppur con alti e bassi è  entrato nell'immaginario del pubblico, sarà lo stesso con Po il simpatico panda che lotta per difendere la pergamena dal cattivo? Io direi di si, quando ho visto il film mi sono sorpresa dalla vitalità e dalla forza del personaggio che supera di gran lunga l'orco verde sia per simpatia, sia per eroismo, sia per il suo lato comico che è ben accentuato dai registi che ne caratterizzano il suo lato solare, è inutile dire che nonostante la titubanza iniziale, il simpatico panda riuscirà a conquistare tutti e ha dimostrare che nonostante tutto si può essere guerrieri dragoni, più per quello che hai dentro che per quello che sei.
Un film imperdibile, accentuato dalla simpatia dei personaggi, dall'eroismo della storia e dall'allegria che ne fanno un film divertentissimo adatto a tutti quanti, beh che altro dire se non correte a vederlo? Poi mi dite se vi è piaciuto o meno eh? Mi raccomando fatelo perchè lo voglio sapere ok?
DA NON PERDERE.


venerdì 25 maggio 2012

Beastly

Eh no, potete dirmi tutto, potete togliermi tutto, già ho digerito malamente la reiscrizione in chiave teen del polpettone Twilight, ora mi reiscrivete un classico come la bella e la bestia? Ecco una versione praticamente trascurabile che la locandina dice ispirata alla bella e la bestia, che oltretutto non ha niente a che vedere con la fiaba originale, tranne essere melenso e stucchevole più di un barattolo di miele fatto male, ma perchè rifare i capolavori cambiandoli come vi piace? A che pro? E perchè poi farli in chiave teen tanto che non fanno palpitare nessun cuore, un film per ragazzini, che non conoscono il significato della fiaba, e cercano di essere originali e innovativi, ma di originale c'è ben poco, è un film peraltro trascurabilissimo, di cassetta, la cui bestia del titolo è un ragazzo che manca poco e si trasforma in una rosa, pensa te, ma perchè farlo trasformare in una rosa? Non dovrebbe essere un mostro? Si perde il significato e l'allegoria della fiaba, che è molto più profonda di questo filmetto e anche il senso logico dei protagonisti, il loro dolore, e la loro redenzione.
E' un filmetto sui generis, che non ha nulla a che spartire col capolavoro disney, in cui viene esplicato il significato preciso della fiaba, una fiaba è una fiaba, non puoi modificarla secondo i gusti tuoi, devi essere preciso quando racconti qualcosa, perchè prima di tutto la storia deve fare riflettere, qui non ci sono riflessioni, qui assistiamo al classico ragazzino bello e viziato che viene trasformato non in un mostro, ma in uno che ha un enorme tatuaggio che si trasformerà in una rosa, mi dispiace non mi piacciono questi film, primo perchè si concentrano troppo sui protagonisti evitando di scendere in analisi con i significati e la filosofia di una condizione, cosa che è ben presente nella fiaba originale, questo film scende a compromessi con il botteghino, cercando di imporsi come qualcosa di nuovo ma è incapace di approfondire il vero significato della vita e dell'amore, mi dispiace dirlo, ma una volta passata la moda di modificare le fiabe, di questo film rimarrà solo un vago ricordo e sarà dimenticato e non ricordato, tralasciando una regia e una narrazione pessime, i  protagonisti sono incapaci di creare emozione nello spettatore che non si riconosce in loro nè nei motivi che peraltro mancano, perchè sono tutti belli e buoni, non c'è un filo di cattiveria, neanche nella strega che dovrebbe essere il personaggio che esprime saggezza, c'è l'ombra del significato che ha reso la fiaba raccontata da Disney.
DA EVITARE


Half Nelson

Questa è la storia di un professore bianco, drogato e depresso, che deve insegnare a un gruppo di ragazzi di colore pieni di problemi, come fare a fare avere a questi ragazzi la voglia di imparare e coinvolgerli nella vita scolastica? Quando una ragazzina si accorgerà della sua situazione lui cercherà di percorrere la retta via, ci riuscirà?
Un bel film, fresco, sincero, che mi ha sorpresa, protagonista è un bravissimo Ryan Gosling, attore che apprezzo molto, e che mi ha dato prova nei precedenti film del suo talento, in questo film interpreta un professore depresso la cui vita cambia, quando una sua alunna, piuttosto vispa, e che ha speranza nella vita, lo vede steso per terra nel bagno della scuola, iniziando un rapporto d'amicizia che cambierà la vita ad entrembi, Ryan Fleck, dirige un film che è capace di parlare al pubblico e di coinvolgerlo, come fosse parte della storia, creando un riconscimento, quasi come se i problemi che vediamo sullo schermo possiamo averli anche noi.
E' un film spiccio, sincero, e il segreto di questa sincerità sta nella sua semplicità, non Fleck, furbescamente non l'ha appesantito, rendendolo realistico e guardando i personaggi come persone normali, con i loro problemi, le loro idiosincrasie, la menzione speciale va senza dubbio a Ryan Gosling, che è capace di essere naturale laddove si rischia di non esserlo, la morale del film non sta che l'insegnante è colui che insegna tutto, ma che anche lui può imparare tanto dagli alunni, specialmente da quella bambina che tanto ardentemente cerca la sua compagnia e la sua amicizia in un mondo che non si accorge di lei, sono due nerds? Può essere, ma forse è per questo  che si capiscono, riuscendo a capire che hanno tanto in comune, e questo ne fa una speranza in una società che non li caga, e scusate se è poco.
Film assolutamente da non perdere per diversi motivi, primo per l'assoluta sincerità con cui è stato scritto, poi per la narrazzione realistica e lineare, e terzo motivo la semplcità nel trattare temi che generalmente fanno allontnare il pubblico in maniera sincera, senza troppi giri di parole.
APPETITOSO.



Vanishing on 7th Street

Avendo già letto diverse recensioni che lo stroncavano, io non ci ho voluto credere più di tanto, e ho voluto vedere il film nonostante tutto, e devo dire che le recensioni che ho letto, avevano ragione, Vanishing on 7th street, all'inizio promette bene, per poi perdersi dentro un bicchiere d'acqua, ma io dico perchè scrivere film che hannno un buon potenziale e non svilupparlo come si deve?
Da questa domanda capisco varie cose, anche il motivo per cui il cinema di genere oggi è agonizzante, il fatto è che si fanno troppi film, e quando si fanno troppi film, non c'è l'ispirazione oggi tutti dirigono un film horror, ma sono in pochi a saperlo fare attualmente, Brad Anderson, di cui parleremo in futuro con un altro film, questa volta migliore L'uomo senza sonno, che ho visto e intendo rispolverarlo al più presto, perchè quel film è un piccolo gioiellino a confronto e che vi consiglio di guardare se non l'avete fatto, qui ha per le mani un soggetto che cerca di plasmare ma che non riesce a sviluppare del tutto, la storia è verosimile, durante una proiezione cinematografica, la gente sparisce, come se il mondo fosse finito, gli unici che rimangono sulla terra sono coloro che stanno alla luce di una lampada fino a quando l'energia scompare e scompaiono loro, lasciando solo i vestiti, e poi? Poi c'è il buio assoluto, e l'incapacità di Anderson di andare affondo alla storia, e di plasmare con abilità cosa realmente sta succedendo.
Vanishing è un film non riuscito anche perchè Anderson non sa che direzione prendere, ed è incapace di far provare emozioni al pubblico, è un film statico, che si muove tra buio e luce, senza mostrare il menchè minimo brivido di paura nello spettatore, il chè è uno svantaggio, perchè mostra parecchi difetti nella sceneggiatura, la fotografia invece è molto bella ed è una delle cose migliori del film, ma per il resto è un opera che si può facilmente perdere, dato che non aggiunge nulla di nuovo.
In conclusione, un film che rasenta la noia, un operazione non riuscita, ma che poteva essere sviluppata in modo totalmente diverso, e magari il film ne avrebbe guadagnato un po'.
Peccato.




Drugstore Cowboy

Secondo lungometraggio diretto da Gus Van Sant, incentrato sul tema della droga, Bob e i suoi amici per procurarsi la roba, fanno furti nelle farmacie, prendendo qualsiasi cosa, la loro priorità nella vita è farsi la dose, lui è il capo di un gruppo di quattro amici, lontano dalla famiglia  e da tutti campano solo per farsi la dose giornaliera, sua moglie Dianne cha ama la droga molto più di lui sta con lui per questo motivo, tutto procede bene finchè Nadine non more di overdose dopo essere stata allontanata da Bob stesso durante un furto.
La percezione della vita di Bob cambia radicalmente e cerca di intraprendere la retta via, perchè ci sono tre strade da percorrere, la prima è morire di overdose, la seconda è continuare a drogarsi, la terza che è la più difficile, ricominciare a vivere allontanandosi da quel mondo.
Bob è il capo di una banda di 4 amici di cui si può dire che è la guida, tutti lo seguono, ma sono vittime di superstizioni che li portano a vivere continuamente con la paura che tutto possa andare a pezzi, e i pezzi cadranno non appena Bob sceglierà di non drogarsi più, Dianne se ne va con un suo amico, e l'altro lo abbandona, così Bob cercherà una via verso una nuova vita, e una salvezza da una situazione in cui vuole uscire a tutti i costi.
Un cult assoluto, Gus Van Sant dimostra di saper narrare un racconto lineare, partendo dalla fine, come un cerchio che si chiude, coaudiuvato da una sceneggiatura scritta tra gli altri da William Burroghs, che non è accreditato, e che compare anche nel ruolo di un prete, Drugstore Cowboy è un bellissimo film che racconta di rapporti sorretti dal filo fragile della tossicodipendenza e che vanno in frantumi dopo la morte di Nadine - una bravissima Heather Graham praticamente esordiente -  in cui il ragazzo prende coscienza di se, e si allontana dal gruppo per filare dritto, si trova un lavoro, una casa, e si sta disintossicando,  insomma ha una vita normale, l'unica persona che lo aiuta ad uscire da quel tunnel è un prete tossicodipendente in cura anche lui per uscire dalla droga, bravissimo Matt Dillon, che nonostante fosse giovanissimo riesce ad essere naturale e realistico, la regia di Van Sant è diretta, sincera, di un regista che sa cosa vuole raccontare e soprattutto come lo vuole raccontare, Drugstore Cowboy è un film che parla della vita, ma anche il ritratto amaro di una gioventù incapace di affrontarla come realmente è, e chi si allontana viene abbandonato.
Il film comincia con un flashforward e poi racconta a ritroso la storia di Bob e l'ascesa e la caduta dei rapporti con la moglie e i suoi amici.
IMMENSO.


mercoledì 23 maggio 2012

La Chiave di Sara

Ecco un altro film che parla della deportazione degli ebrei francesi nei campi di sterminio, questo film a differenza di Vento di primavera che è un racconto in contemporanea dei fatti tragici avvenuti, questo film è un film sulla ricerca di un fatto tragico avvenuto allora, protagonista  è un americana che vive da tanti anni a parigi, e va a vivere nell'appartamento di Sara, una ragazzina scomparsa, che ha chiuso suo fratello nell'armadio per non farlo trovare dai tedeschi per salvargli la vita, ma che ha dimenticato di lasciargli la chiave, per questo motivo il bambino è morto.
Gilles Paquet-Brenner, narra il film come fosse un viaggio  interiore della protagonista, che vuole capire che fine ha fatto Sara e quale verità si cela nel mistero della famiglia del suo compagno, Julia, che interpretata da una bravissima Kristin Scott-Thomas, vuole cercare Sara, perchè in realtà lei cerca se stessa, e si prende a cuore questa ricerca, conoscerà solo le persone che si sono occupate di lei e che le raccontano la sua vita, in un dramma che percorre le infinite strade della vita, e dell'odio, che nonostante tutto, non può esistere sempre tra esseri umani, questo deve essere presente perchè un atto tragico contro esseri umani, dovrebbe non essere mai dimenticato, alla fine Sara vivrà sempre con questo senso di colpa dentro, nonostante voleva fare una buona azione, vedrà tutta la sua famiglia sterminata dai nazisti, lei riesce a scappare, Julia ne è convinta che la ragazza sia riuscita a sopravvivere allo sterminio grazie ad altre prove, e incartamenti sparsi negli archivi, il che la farà viaggiare parecchio fino ad arrivare a Firenze, dove scoprirà che Sara ha avuto un figlio, all'inizio lui la caccia via, ma alla fine vuole sapere la verità, e Julia gli darà il diario di sua madre, nel frattempo Julia è diventata Madre e alla bambina le ha dato il nome Sara, in onore della donna scomparsa.
Film tratto dal romanzo di Tatiana de Rosnay, mette in luce un fatto poco noto accaduto durante la seconda guerra mondiale, durante il Rastrellamento del Velodromo d'inverno.
Un film che è capace di far riflettere e commuovere.
DA NON PERDERE.





Survival of the Dead - L'isola dei sopravvissuti

Ultimo capitolo della saga sui morti viventi, Romero vuole chiudere in bellezza, e lo fa alla sua maniera, qui siamo alla fine di tutto, che per la visione romeristica significa la fine del mondo come lo intendiamo noi, i morti si alzano e uccidono i vivi, che una volta deceduti si rialzano per uccidere altri vivi, come fossero le pedine del domino, ormai la situazione è incotrollabile, e in mezzo a tutto questo si scontrano due uomini, che si dividono l'isola di chi è sopravvissuto ma è invasa dagli zombie, il primo, Seamus Moldoon, vuole salvarli e cercare una soluzione al problema, per salvare i suoi parenti zombie  il secondo che è quello più realistico, Patrick O'flynn in apparenza dice che non c'è soluzione al problema e uccide tutti gli zombie che gli capitano davanti,  tranne una coppia di bambini divenuti zombie, con cui il primo l'ha fermato in tempo e lo ha esiliato dall'isola, la sua famiglia è stata sterminata dagli zombie per cui non vede altra soluzione al problema se non quella di sparargli in testa per salvarsi la vita, quando incontra un gruppo di soldati in cerca di una sistemazione, ritorna sull'isola dove si scontrerà ancora con Moldoon, per le sue vedute, le cose peggioreranno quando entrambe le figlie di Patrick diventando zombie rischiano di uccidere gli ultimi rimasti, nonostante ciò Moldoon non demorde con le sue ideologie, ma quando si scoprirà che aveva ragione sarà ormai troppo tardi.
George Andrew Romero chiude la sua seconda trilogia sui morti viventi, con un film più disperato e malinconico dei precedenti, mettendo da parte per una volta il senso della vita che era il centro dei capitoli precedenti, qui è invece più oscuro, più splatter, più gore, con al centro una faida tra due uomini le cui visioni sono in contrasto tra loro ma ampiamente condivisibili, e continua il discorso cominciato dal capitolo precedente, come se questo fosse una ideale continuazione. Qui Romero non vuole essere tenero, non c'è più una guerra da combattere, non c'è più speranza, ma una umanità abberrita dalla morte che è incapace di sperare, ed è incapace di osservare, il mondo è come impazzito del tutto, c'è solo lo spirito di sopravvivenza che vive dentro Patrick, che non vede nient'altro che puntare una pistola in testa a quei cadaveri ambulanti, la cosa principale e mi sembra che qui Romero, la sottolinei abbastanza, è che in questo film non ci sono nè buoni nè cattivi, ma solo due visioni in contrasto tra loro, nonostante ciò segna una spiccata qualità di gore e splatter per stomaci decisamente forti.
O'Flynn, punta tutto sullo spirito di sopravvivenza, eliminando a uno a uno tutti gli zombie che gli capitano a tiro, e non si ferma neanche davanti alla figlia divenuta anche lei una zombie, Seamus Moldoon, senza dubbio il più umano dei due, cerca invece una cura, una soluzione, ma non verrà compreso, intelligentemente Romero lascia il finale aperto, segno che c'è molto da dire sugli zombie, ancora.
DA NON PERDERE.




martedì 22 maggio 2012

Il libro di Maria - Je Vous Salue Marie

Jean-Luc Godard, dirige con la sua compagna due film che sono correlati tra loro, ma che trattano diversi temi, il primo, parla della visione di una bambina sul divorzio dei suoi genitori, e di come cerca di conviverci insieme pur non accettando la situazione, è un film delicato, che tratta quasi con pudore un tema delicato come la famiglia che si trasforma, alla fine capiamo anche che la madre ha un nuovo compagno, il secondo, è la visione contemporanea della natività divina, c'è una Maria, un Giuseppe, sono giovani, lei entra incinta non avendo mai avuto rapporti sessuali, è una visione fortissima sulla maternità e sul mistero della vita, così come viene esposto nella religione, Godard non si fa da giudice, e il film è diretto talmente bene, riuscendo a carpire i personaggi nell'immaginario dello spettatore, come un orchestrale quando suona la sua sinfonia preferita.
L'aspetto religioso viene enfatizzato, e lo rende carico di significati allegorici, sulla vita, sul senso di Dio, sul miracolo che avviene dentro la donna, e non lo ambienta ai tempi passati, ma l'era contemporanea ne accentua maggiormente il significato, in un era di confusione, di tristezza, di morte, ecco che una giovane donna per volontà divina o come direbbero per miracolo esce incinta, pur con mille sospetti, gelosie, Giuseppe, segue il suo destino, di stare accanto a Maria, e qui si scontrano tante cose, come il significato della vita e dell'amore, il dubbio, il cammino da percorrere, e tante altre cose, Godard, ormai ha la maturità di parlare a cuore aperto di ciò che lo colpisce sempre più, questa è una prova, che sia Marie che Giuseppe devono affrontare in prima persona, perchè è un miracolo, la cosa più importante è seguire il cammino  che è stato predisposto per noi, prendendo la strada dove ci portano gli angeli, il messaggio è chiaro, c'è l'invito al silenzio, ad ascoltare la voce di Dio, che molto spesso non viene ascoltata, ci sono i miracoli, in cui la gente non crede più, c'è la vita che sta per nascere, e c'è soprattutto un mondo, che è incapace ormai di osservare e di ascoltare la voce di Dio.
Un film poetico e filosofico, che non lascia dubbi sulle cose fondamentali della vita, sui miracoli, e soprattutto sul'amore.
DA NON PERDERE.



Riso Amaro

Ecco un capolavoro del neorealismo, una boccata d'aria con dei film grandiosi ogni tanto ci vuole, ed è proprio il caso di Riso Amaro, diretto da Giuseppe De Santis e interpretato da tre grandi attori, Silvana Mangano, Vittorio Gassman e Raf Vallone.
La scena si svolge  a Vercelli, nella stagione delle mondine, all'inizio Walter e Francesca, sono una coppia che ha appena rubato una collana, e per sfuggire all'attenzione della polizia, entrano nel treno delle mondine, in cui entra Francesca sottobanco, per tenere a sicuro la collana la nasconde, ma Silvana la trova e la mette al sicuro lei, perchè capisce che c'è qualcosa che non va e vuole vederci chiaro, per questo motivo accusa di crumiraggio Francesca, Il sergente Marco Galli la salva dal linciaggio delle altre mondine e mette pace tra i due fronti, ma Silvana poi si scusa, dicendole che è stanca della vita di Mondina, nel frattempo Francesca si innamora di Marco, e le cose sembrano essersi sistemate, quando Walter ritorna dopo il raccolto del riso, le cose precipitano, Francesca si accorge che in realtà la collana è falsa e che è stata presa in giro da Walter, che è tornato per rubare il riso, nel frattempo circuisce Silvana, che è stata eletta Miss Mondina, ma lui la vuole usare per rubare il riso, sarà Francesca a rivelarle la verità, e sarà per lei fatale, perchè si accorge che tutte le sue speranze sono andate in frantumi, e prenderà una strada che la condurrà a un tragico destino.
Giuseppe De Santis racconta la povertà dell'italia nel dopoguerra, aiutato da uno script incentrato su una popolazione ancora con la speranza di una vita migliore, speranze che cadono in frantumi, anche grazie all'egoismo e alla furfantaggine del personaggio di Walter, magnificamente interpretato da un giovanissimo quanto mefistofelico Vittorio Gassman, ma è il personaggio del sergente, il più onesto di tutti che è il centro del film, una persona normale, con ancora dei sogni, delle speranze, che si trova al centro di un intrigo, che cambierà la sua vita, l'interprete di Marco è il grande Raf Vallone, grande attore che lavorava a quei tempi, la cosa interessante è che De Santis divide il film attraverso queste visioni distinte, due mondi si incontrano quello disonesto di Walter, e quello normale di Marco, che si riflettono negli occhi di Francesca e Silvana le due donne illuse e circuite da Walter che poi le abbandona al loro destino, Marco invece è innamorato segretamente di Silvana, che non riuscirà ad avere, alla fine sarà la donna che si innamora di lui la sua compagna, Francesca, che capendo l'inganno di Walter, diventa una persona onesta e finalmente cresce.
Un film immenso, un capolavoro assoluto, un opera immortale che ha fatto la storia, grandissima anche Silvana Mangano, la mondina che si trova al centro di tutto, e che spera in una vita migliore e rimane vittima di quel furfante di Walter.
CAPOLAVORO.




ATM Trappola mortale

Sapete cosa si prova quando hai nelle mani un soggetto particolarmente intrigante e non sai svilupparlo? E' la stessa sensazione che si ha quando hai la possibilità di fare un buon film ma non sei capace di plasmarlo, e alla fine si ha la sensazione di una totale presa per i fondelli, è quello che succede dopo la visione di ATM trappola mortale, il film inizia bene, per poi non smascherare proprio nulla, chi è quel pazzo che rinchiude praticamente questi tre sventurati nella cabina del bancomat? Perchè lo fa? Alla fine hai la sensazione di restare con un palmo di naso, come se il regista gettasse la pietra ma è incapace di sviluppare la storia e dare un volto e un perchè alle azioni del cattivo di turno perchè? Si può costruire il mistero come una scatola cinese, ma poi devi andare al dunque e svelare i motivi e soprattutto il volto dello psicopatico, che non si svela mai, così dopo la visione e soprattutto dopo il filmato ritrovato dalla polizia ti chiedi, perchè proprio a questi ragazzini sventurati li ha perseguitati? Perchè non si mostra mai in volto? Chi è e cosa vuole? Restano interrogativi senza alcuna risposta, perchè? Un vecchio detto dice, quando porti un martello devi portare anche i chiodi, perchè David Brooks fa finire tutto troppo in fretta? Non lo sapremo mai, resta comunque una pellicola deludente, ma aveva il potenziale per essere una pellicola migliore, grazie a uno script capace di tenere alta la tensione, ma è troppo poco, perchè quella tensione svanisce subito con una serie di scene che si dilungano senza andare subito al mordente, facendo in modo di perdersi in un bicchiere d'acqua, la narrazione è statica, d'altronde non potrebbe essere altrimenti, e nelle mani di un autore con più esperienza sarebbe stato un film particolarmente appetitoso.
La trama del film vede tre ragazzi che dopo una festa entrano in una cabina del bancomat per comprarsi una pizza, ma all'improvviso un uomo con un giubbotto si ferma ad osservarli,  sarà l'inizio di un incubo che li risucchierà fino alla morte, apparentemente senza alcun motivo logico, i ragazzi non riescono ad uscire dalla cabina, perchè se ci provano questo si avvicina a loro con fare minaccioso, loro non sanno che li sta registrando, alla fine avranno una sorpresa, grazie alla manomissione dei filmati del bancomat quell'uomo ha fatto in modo che le vittime si trasformano in carnefici.
In conclusione, un film che poteva essere migliore, ma che non si ha avuto il coraggio di svilupparlo meglio, peccato.




domenica 20 maggio 2012

Aldilà della vita

Quando Nicolas Cage ha vinto l'oscar, subito molti autori lo hanno voluto per i loro film, alcuni erano blockbuster, altri grandi film, ma erano gli anni novanta, anni in cui un attore se aveva fotruna, dopo la vittoria agli oscar, riusciva a costruirsi una carriera nonostante tutto, con Cage si è per qualche anno dopo la vittoria agli oscar, sperato moltissimo, anche grazie alla partecipazione a numerosi film di qualità, ora diciamo il Nicolas Cage che ho conosciuto ed apprezzato allora non esiste più, campa grazie al nome che porta, recitando in filmetti di bassa qualità, fatti per incassare al botteghino, ma andiamo al dunque, qui c'è il Nicolas Cage che apprezzo, anche grazie al genio e alla bravura di Martin Scorsese che gli ha regalato il suo ruolo più bello e anche il più disperato, Aldilà della vita ricorda molto la New York malsana e perversa di Taxi Driver, non a caso il film l'ha scritto proprio Paul Schrader, già autore del film citato prima, ed è incentrato su un gruppo di paramedici, in tre notti a New York.
Nicolas Cage interpreta Frank Pierce, un paramedico con il senso di colpa per non essere riuscito a salvare una ragazzina per strada, è un dolore che si porta dentro, e che rispecchia in tutte le vite che lui cerca di salvare, ma che ahimè da un po' di tempo non riesce a farlo, è un uomo solo, insonne, che non ha prospettive per il futuro, e chiede sempre al suo capo un licenziamento che non gli da mai, ma in mezzo a questa solitudine incontra Mary Burke (Patricia Arquette) che ha il padre in coma all'ospedale dove lavora Frank, con cui lui stabilisce un rapporto d'amicizia e forse qualcosa in più Scorsese però si concentra anche sulle altre persone  è l'umanità assolata che Scorsese racconta con la precisione di un chirurgo in questo film, disperata, confusa, pazza, drogata, come se urlasse al mondo che siamo dentro tutti un calderone, non è la vita questa, questo è l'inferno, l'inferno di una umanità persa per strada, che si buca, abbandonata, disperata, è questa New York che Scorsese racconta, senza particolari giudizi, lasciando che sia lo spettatore a conoscerli a fondo e a comprenderli, poi tra questi esseri umani abbandonati ci sono i paramedici, che anche loro hanno i loro problemi, le loro solitudini, non manca una rappresentazione della vita per come appare, e sicuramente Schrader e Scorsese hanno visitato dei paramedici per poter scrivere e dirigere il film.
Scorsese è ispiratissimo e ci regala un opera tra le più sincere e realistiche dirette fin dai tempi dagli anni settanta, per un momento è capace di andare affondo e di tornare l'autore che si è rivelato al grande pubblico con Taxi Driver vincendo la palma d'oro a Cannes, forse Aldilà della vita è un film sottovalutato, ma sicuramente avrà trovato nuova linfa vitale tra gli estimatori di Scorsese e tutti gli appassionati di cinema che si rispettano, la valutazione del film è questa, c'è poco da fare, è un piccolo capolavoro, in cui gli attori e il regista si contendono la scena, ma che alla fine rientrano perfettamente in gioco per un opera che merita davvero di essere riscoperta e collezionata.
DA NON PERDERE ASSOLUTAMENTE.